L’altra sera ero su YouTube. Niente di programmato, nessuna ricerca specifica, stavo solo scrollando, come mi capita spesso quando la giornata è finita e il cervello ha bisogno di spegnersi. Eppure, in un periodo in cui qualcosa dentro di me si sta muovendo, non è stato un caso che mi sia fermato su un’intervista a Daniel Lumera nel podcast Hacking Creativity.
Il titolo era “Scegli la tua vita”. L’ho cliccato quasi senza pensarci.
E mi si è aperto un mondo.
Lumera parla di due concetti, Shimei e Svadharma, che mi hanno colpito come un pugno allo stomaco. Non per la violenza, ma per l’ovvietà. Per quella sensazione di “ma come ho fatto a non vederlo prima”.
L’idea è questa: non siamo noi a dover cercare la nostra missione, la nostra strada, il nostro scopo. È lei che sta cercando noi. Noi dobbiamo solo smettere di opporre resistenza e lasciarla entrare.
Sembra una frase da cioccolatino. Ma fermati un secondo e pensaci davvero.
Tutta la vita ci insegnano il contrario. Devi avere un piano. Devi porti degli obiettivi. Devi lottare, sacrificarti, stringere i denti. Se non ce la fai è perché non ti stai impegnando abbastanza. Più spingi, più ottieni. Questo è il mantra con cui siamo cresciuti, il sistema operativo che ci hanno installato.
E se fosse proprio questo il problema?
Due giorni dopo quell’intervista (due giorni!) inizio il corso di meditazione trascendentale. Lo avevo rimandato di qualche mese per problemi di salute. Il tempismo è stato così preciso che ho smesso di chiamarla coincidenza.
Al primo controllo con l’insegnante, mi spiega un principio fondamentale. E sento le stesse parole, dette in un altro modo, da un’altra tradizione, in un altro contesto.
Per raggiungere gli strati più profondi di te stesso, detta pura coscienza, non devi fare nulla. Il segreto della meditazione non è cercare. È prendere quello che viene. Se ti sforzi, se ti concentri su qualcosa, rimani nello stato di veglia. Non trascendi. Resti in superficie, proprio perché stai provando ad andare in profondità.
È come la trappola cinese per le dita: più tiri, più stringe. L’unica via d’uscita è smettere di tirare.
Due esperienze diverse, a distanza di quarantotto ore, che mi stanno dicendo esattamente la stessa cosa. Lo Svadharma di Lumera: non cercare la tua via, è lei che sta cercando te. La meditazione trascendentale: non sforzarti di trascendere, smetti di fare e ci sei già.
Per uno come me, che ha costruito tutto a forza di volontà, disciplina e sacrificio, questo concetto è quasi offensivo. Ogni cellula del mio corpo vuole reagire dicendo: non è possibile, non funziona così, le cose si ottengono con il sudore.
Ma forse è proprio questa la resistenza che devo abbassare. Forse le cose che mi mancano (quell’energia vitale, quella pienezza, quel dieci) non arrivano perché sto stringendo troppo forte. E il freno a mano che sento tirato non è la mancanza di forza. È l’eccesso di controllo.
Non ho ancora capito dove mi porterà tutto questo. Ma per la prima volta ho la sensazione che la direzione sia giusta. Non perché l’ho scelta io. Ma perché ha scelto me.