Stamattina ero fermo al semaforo, tornando dal supermercato con i sacchetti sul sedile. Radio accesa, pilota automatico. E mi è arrivato un pensiero che mi ha tolto il fiato: è così che sarà per i prossimi quarant’anni?

Non è la prima volta che mi succede. Ma oggi è diverso, perché oggi ho deciso di non ignorarlo più.

Ho 33 anni, una famiglia che amo, una casa con il giardino, un lavoro che paga bene. Sono esattamente dove la maggior parte delle persone vorrebbe essere. E per anni mi sono detto che doveva bastare. Che essere grato significava stare fermo. Che volere di più, sentirsi incompleto nonostante tutto, fosse un difetto del mio carattere.

Però la gratitudine non è una gabbia. E sentire che dentro hai qualcosa di più grande che spinge per uscire non è ingratitudine, è vita che chiede spazio.

C’è stato un momento preciso in cui l’ho capito. Stavo guardando mia figlia giocare, completamente persa nel suo mondo, con quell’energia totale che i bambini mettono in tutto quello che fanno. E ho pensato: quand’è che ho smesso io di fare così? Quando ho tirato il freno a mano, a fare le cose “abbastanza bene”, a navigare le giornate invece di viverle?

La risposta è: non c’è stato un giorno preciso. È successo lentamente. Una comodità alla volta, una scusa alla volta, un “va bene così” alla volta. Finché non ti ritrovi con una Ferrari fiammante che usi solo per andare a fare la spesa a trenta all’ora.

E il peggio non è la velocità. Il peggio è che dopo un po’ ti dimentichi che sotto il cofano hai seicento cavalli.

Lo so che qualcuno leggerà questo e penserà: ma di cosa ti lamenti? Hai tutto. E ha ragione, in un certo senso. Ma c’è qualcosa di profondamente triste, quasi irrispettoso verso noi stessi, nell’accettare di vivere al di sotto di quello che potremmo essere. Non al di sotto in termini di soldi o status ma al di sotto in termini di intensità, di presenza, di significato.

Puntare alla migliore versione di me stesso non è un lusso. È un obbligo. È un favore che devo a me stesso.

Sono fortunato. Io ho una vita da novanta. È solida, costruita con sacrificio, e ne vado fiero. Ma non accetto di lasciarla incompiuta. Quel dieci che manca non è un capriccio è il pezzo che trasforma una bella vita in una vita piena.

Mi chiamo Andrea, e progettodieci nasce da qui. Non so ancora dove mi porterà questa strada. Ma so che ho smesso di girare in centro. Adesso cerco il circuito.

Se ti riconosci in queste parole, questo viaggio è anche tuo.